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29. Filastrocca del mare

A è l’ancora che tiene

prigioniera la nave

con le ferree catene;

 

B è un grande bastimento

che disegna nel turchino

una strada d’argento;

 

C è certo il comandante

che studia la sua rotta

sulle pagine dell’atlante;

 

D è il diario di bordo

che di mille viaggi

serba i nomi e il ricordo!

 

E è l’elica profonda

che vorticosa gira

e doma, e vince l’onda;

 

F è il fumaiolo

che in cielo traccia un nero

capriccioso sentiero;

 

G è il candido gabbiano,

bianca vela dell’aria,

fratello dell’albatros

e della procellaria;

 

I è l’Italia con i suoi mari,

coi suoi golfi turchini

e le spiagge dove raccogli

conchiglie e sassolini;

 

L è un vento di libeccio,

un vento di capricci

che ti turba il cappello

e ti scompiglia i ricci;

 

M è il marinaio,

ha fatto il giro del mondo

il suo sguardo acuto e gaio;

 

N è il vecchio nostromo

che tace e pensa e fuma

la sua pipa di schiuma;

 

O è l’oceano immenso,

pastore di cavalloni,

che spinge senza fine

le sue greggi azzurrine;

 

P è il porto operoso,

dove la nave dorme

il suo breve riposo

 

Q è il quarto di guardia,

o sentinella, all’erta,

tu sola vegli adesso

sopra e sotto coperta;

 

R è la radio di bordo;

ascoltano i suoi appelli

e corrono al salvataggio

transatlantici e battelli;

 

S è il salvagente

che galleggia sull’onda

quando la nave affonda;

 

T è il timone che tiene

un vecchio lupo di mare,

e la nave mantiene

sulle invisibili strade;

 

U è l’urlo dell’uragano

che fa tremare ogni cuore,

non quello del capitano;

 

V è la vela colorata

del povero pescatore,

del feroce pirata;

 

Z è la zattera avventurosa

che per vela ha un lenzuolo.

Non ha timone né fumaiolo

e va sull’onda furiosa,

spinta dalla tempesta,

o immobile nella bonaccia.

Il mare, lui, minaccia

al naufrago la morte;

ma all’uomo basta una zattera

per essere il più forte.